TRA ORSA E CEFEO>>
TRA ORSA E CEFEO
Ti tengo il respiro e sono
smarrito come se profilo
di nebulose vergini mi
chiedesse ritratto di sè, e
matita onorata prendesse
a muoversi fine, traccia su
traccia, libera sopra il punto
che torna a stella, e più sopra
a unire fiaccole e formare
morti dei, e Pesci, e Cigni.
E più mi perdo nell'ascolto
del Triangolo e della Lira
più cantano i sogni miei che di
te baluginano tra Orsa
e Cefeo, mentre si schiara
la via segnata dalle torce
che si consumano per luci
più sopra, più lievi, poggiate
sul manto di bruno che dorme
le genti (ma dopo l'amore).
Mi muore il viso nelle anse
dei seni tuoi e credo - e vedo -
mi volo danzante sul ciglio
d'inferni urlanti e neri, senza
timore d'abisso: sarà la
tua voce guida dei miei passi,
mentre soffiano tutt'attorno
accordi, rintocchi di vuoto,
che mai sanno ferire quando
m'avvolgo la carne alla tua.
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SOTTO QUELLO STECCATO
E ogni estate s'andava piu' oltre,
oltre la terra di braccia e mestieri,
là dove s'ergeva quello steccato:
sol io e la mia fata si conosceva
dove celarsi agli occhi severi
vivendo segreti notti in amore
al buio e al riparo sotto quei legni
che s'inventavano d'esser capanna.
E dopo la luna lo scoprivamo
bagnato di lucciole e di diamanti
come i monili che stan sotto teca;
e dopo al mattino, cio' che chiedeva
il nostro steccato era ombreggiare
e baciare il suo prato, niente di piu',
contento d'essere accarezzato
da certe folate d'aria leggera
che dall'albeggio e sino alla sera
giocavan con la seta delle nostre
vesti di seta lasciate cadere.
Quell'essere amor, per me e la mia fata
era davvero continuo stupore:
non si avvertiva lo scorrer dell'ore
ma erano tante, una sull'altra
come le gocce su quello steccato:
e cento, e mille e mille davvero
s'era al fine a volar sulle rocce
e tante s'avevan da vivere ancor
le ore - le gocce - sotto al riparo.
Ad essere vita, essere Amore.
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DOPO LA PIOGGIA >>
DOPO LA PIOGGIA
Il rivolo scorre nella grondaia
solleticando i muschi molli
prosperati senza l’azzurro.
Ferite aperte della terra viva,
asperse suture di fango,
fiale brillanti nei magici unguenti
dell’acqua
nell’acqua
gemme sapide e lievi rinnovano.
Immobili,
in doviziosa ostentazione
fulgenti file di faggi
singhiozzano profumi di resina,
addolciti in raggi d’oro fiumante.
V’è un’immensità che non so narrare,
esiliata nell’orizzonte,
tra nubi nere ormai esauste
e nuove danze, e d’ali e piume.
V’è un’immensità che dipinge gli occhi,
quelli d’un vecchio che sorride
ai ricordi dell’odore dell’erba.
E gli occhi chiude. Leggeri. Salati.
V’è un’immensità…
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ALLORA E ADESSO
Sussurri d'aria e carezze
che ogni refolo è vaniglia
gli occhi, gli occhi spalancati
(nessun battito di ciglia)
per bere tutta la luce
tua.
Ti ho incatenato le ombre,
dipinto bianco l'oscuro,
asciugata ogni lacrima,
la tua bocca mai amara
per farti elisir di vita
mia.
E adesso basta guardarti
per ingannare il tramonto,
trovare ancora le ali,
quando salivo sul vento
e ogni stella eravamo
noi.
E adesso basta guardarti
per non invecchiare
mai.
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E PARLAVAMO D’AMORE
Sormonta il sipario di ruvide cime
un cielo curioso e sfacciato
che ci ricorda nel campo dove le mele
giocavano ad essere rosse, più rosse,
e adesso
che è l'odore del mosto
a cullare i miei pianti
occhieggio a quel posto
e al letto di fieno in riva al mattino
quando m'esplodevi i tuoi baci
- ma piano -
e i campanelli tra l'erba cantavano tutti
e arrossiva il monte (pareva un bambino)
anche a tramonto lontano.
E parlavamo d'amore
senza scucire le labbra,
e parlavamo d'amore.
E d'amore parlavano
le anime giovani ed ebbre
quando scherzavano a fuggire insieme.
E tutt'intorno ridevano i santi
di tanto sentirsi,
di tanto cercarsi.
E tutt'intorno ridevano i santi.
Dei loro peccati.
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FAVOLE E SOGNI >>
Sognare sopra un carro appresso ai canti,
E solo quando il canto della notte
E dopo, saziati l'anima e i sensi, |
E poi ad intagliare nomi in cuori, E se era la pioggia a benedire,
E con le labbra ancora bagnate
Sì, eri divina, e gli angeli più belli
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IN UNA BAIA DI LUCI >>
ED ERI DIVINA >>
IN UNA BAIA DI LUCI
Si fiaccola l'argento sul tuo viso
d'una immensa e placida lunazione:
torna distratta dall'eco di luce
sui campi d'orzo pettinati a festa
e avvolge come braccia d'amante
la fata di zucchero che la guarda
e la chiama a sè, come si fa quando
la mano fanciulla scosta la sabbia
e l'acqua esonda in un mare grande
e feroce quanto una fantasia
celebrata in grandi occhi che sognano.
E cio' che piu' mi tenta e' traghettarmi
senza guide in una baia di luci,
rattoppare e gonfiare vele lise,
frustate ed offese da tempeste
avvelenate da venti cattivi,
e slegarmi dall'albero maestro
per cedere al canto di te, sirena,
e perdermi nelle tue acque dolci.
Che prima ch'io nascessi mi parlavi
nelle voci dei rami attorcigliati
ed ogni vena di foglia linfava
piena vita che volesti donarmi
al primo sfiorarsi d'anime e cuori.
Vegliero' il mio delirio giorno e notte
contro chiunque, mortale o dio,
poggerà gli occhi sulla mia reliquia:
impedirò con tutte le mie forze
che si compia simile florilegio.
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USCIVI DALL'ACQUA
Scolorano lievi nel verde d'acqua
stille dorate crestate di bruno
chè qui rinnova i colori l'anima
e di spuma e di quete s'abbiglia
come se ossi e gusci e conchiglie
fossero lì poggiati da sartine
attente e capaci e liete (le vedi?)
che sanno del mescere amore e rena.
E mille minuzie in quell'anima tua
ad occhi già balbettanti di luce
si vestono da arazzi e preziosi
e colano fiabe da quella bocca
nei sussurri di sale si muovono
e salgono come vento su cale
tonde e curiose come a scoprire
se tanta bellezza esiste davvero.
O se poi solo di sogno s'erano
avvolte ragione e orizzonte
fino a sfumare nell'altra l'una
come la sabbia impara dall'acqua
l'arte del baciare e fuggire via
ma sa che torna e tornerà ancora
perchè son di un'anima sola loro
perchè siamo d'un anima sola noi.
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C'ERA
Ho sognato come le caramelle |
da dietro la casa ma non vedevo nessuno e stavo li' ad ascoltare quella luce quell'erba quelle caramelle quei giocattoli quelle risate e mi sono seduto su quell'erba in mezzo all'odore di caramelle sotto il fascio di luce e ho preso il camioncino dei pompieri con le taniche che tu potevi metterci l'acqua e c'era l'acqua poca ma spruzzava ancora poco ma era bello e ho spento l'incendio tutto fino a svuotare l'acqua tutta e ho riempito la tanica prima che tornassero i bambini cosi' l'avrebbero trovata piena per svuotarla tutta sul nuovo incendio tra l'erba bassa bassa in mezzo all'odore di caramelle sotto questa luce. |
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NELLA CASA DI CAMPAGNA
Nella casa tra l'erba
sul limitare dell'uscio
tra ombra e sole
un firmamento di latte
e spighe gialle
e luglio.
E luglio
brilla la campagna,
ripensa i passi
di bambini tra lenzuola fresche
di finestre aperte
sbadigli sorridenti
dimèntichi dell'aurora.
Aurora
nei sogni di due cherubini
con i piedi inzaccherati
a rincorrersi
e toccarsi,
tirarsi giu' dalle nuvole
e salirci
e pigiarle.
Come l'uva.
E piove.
E piove
un cielo di perle:
cento sopra le dalie,
altre segnano lo stagno,
tre le raccoglie la mia bimba.
Ne manca una.
Una
ti scorre sul viso.
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NON RICORDO PIU’
Mai, mai piu’ recitero’ il tuo amante
nascosto nel giardino di rose a
benedire di ghiaia le finestre
in attesa di quella Madonna
diversa come dalia nell’erba
e tanto lucente come un maggio
che chiama nelle strade le feste.
Nè mai t’accompagnerò le corse
e i salti e le promesse rimaste
timbri su sabbia quando fa vento.
E forse resterò queste mani
per sempre sospese nel miraggio
delle ciocche lente di balsamo
e incanto di pasta di mandorla,
e nelle orecchie solo ricordi
di noi piccoli attori del cielo
sopra gli argini rotti a volare
insieme allo stormo sciamante
come vedette allegre di vino
ch’anche allo scoglio urlano "terra".
So ch’era allora, non ora, non piu’:
ho congedato da quest’anima i
gorgoglii e le rivolte e le lotte
e lasciato che si compisse il tuo
altare, d’altro sposo le braccia.
Non ricordo quando fu l’ultima
parola che mi cucisti addosso
o s’era solo il profumo d’ogni
tuo “solo noi”, che miagola ancora
nel fondo delle cose piu’ morte.
E non ricordo più quanto ho pianto.
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COME SE SABBIA
Ed ora
attendo che vinca il sonno nocchiero
e seguire le orme calcate su gesso
per vivere dentro al tuo seno
un batter di ciglia,
lisciar quella pelle
che insegna alla seta ad essere seta,
soffiarti le boucles
come l'autunno acconcia le chiome
che sento l'invidia dell'ebano
su quei riccioli
da mani curate soffiati
e rinati
dentro tempeste speziate
e solo desidero annegarvi le mani
e il viso
guidato dal coro di canti d'Algeri
che il corpo t'incensa.
Brilla la voce
(la mia si tace)
di note che torcono il sonno
e squassano dentro
quando concedi il rosario d'avorio
che splende
in labbra che sole possono Sole voltare.
E vita spezzare.
E quando il colore del giorno
severo
annuncerà il sogno la fine,
ucciderò il nuovo nocchiero.
E resterò.
Su quelle labbra
che sanno soffiarmi la vita
e farmi crollare.
Come se sabbia.
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FAVOLE E SOGNI
E mentre leggiamo scorrere
forme a ricamo
di nuvole che si cambiano,
nei barbagli viola di pesca
due rami s'implorano carezze
- sospesi -
come non ci fossero che loro.
Attenti, in silenzio
ne impariamo la magia.
E siamo noi
resina e quercia
e siamo noi.
E giochiamo agli alberi
e poi agli Dei
e io ero il gigante
e tu sapevi volare.
Già so che quel sorriso mi chiederà
la favola che volevi ogni sera.
Te la racconterò,
certo,
mentre ti sfioro i capelli,
e i tuoi occhi non avranno
la forza di sentirne la fine.
Te la racconterò.
Come fosse la prima volta.
Perchè è la prima volta.
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Massimiliano zulli (maxzulli@maxzulli.com)
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E SARETE POVERI IN SPIRITO
Soffocarsi tra le piume,
ogni gemito feconda
questo rito che volete
pagàno: ma come fate
a non coglierne stupore,
sublime sovrumanità?
Già, voi vivete di storie
scritte da altri; sputate
su ogni scintilla di vero
sentire; gracchiate quando
si apparecchia il talamo,
perché la Croce v’ha spento
il Dio che in quell’istante noi, amanti,
viviamo, mentre ci moriamo dentro.
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STREGA
...ed il cuor non si tace
chè pare mendicar attenzione dall'altri sensi
per cercar di raccogliere ogni stilla di bellezza tua
ch'anche se di strega tieni l'anima,
sì nera e impietosa,
ciò che gl'occhi mi chiedono
è solo di riempirmi di fuoco tuo.
E non credere ti voglia portar via dalle tue strade
nè dai tuoi Signori,
prima di me incantati dalle pozioni tue:
non chiedo tanto,
non cerco l'eterno,
son solo caduto anch'io nel tuo affatturar gl'uomini col tuo veleno;
non dovresti esser proprio tu a farmene carico,
tu che sei la fonte d’ogni nebbia nella mente,
d’ogni lacrima nei miei sogni .
Non importa quanto sangue vorrai ancora da queste vene:
se il prezzo è questo
per vivere scintille del tuo respiro
sono pronto a pagare,
strega,
divina strega.
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SVEGLIARSI ACCANTO A TE
Sai,
la notte m’ha regalato un sogno:
seduto con te sulla spiaggia,
a disegnare amore sulla sabbia
che le onde non sapevano cancellare.
Tutt'attorno eravamo noi;
le ombre fuggivano e morivano;
i sensi si acquietavano con le note cantate dal mare,
e le tue mani, nelle mie,
stringevano i ricordi d'una vita.
Quando stamane ho aperto gli occhi,
tenevo ancora le tue mani.
Tu dormivi (parevi tra gli angeli),
e sono rimasto lì
in silenzio come in sogno
a respirare il tuo respiro.
Ed ho scelto di sognarti ancora,
stavolta ad occhi aperti
per godere d’un miracolo tutto mio:
assistere all'istante in cui hai aperto i tuoi,
lentamente.
Dio sa cosa ho provato,
perché in quel momento l’ho visto,
nei tuoi occhi.
Luce infinita in quell’iride,
sensazione di immensa e soffice energia
che passa, accarezza, scuote il corpo.
Ammaliante.
E sai cosa?
L'ho sentito,
quel Dio,
(nessuna blasfemia nelle mie parole)
pieno d’umano orgoglio
sì,
orgoglio,
per aver saputo donare ad un suo figlio
qualcosa che così tanto gli somiglia.
Te.
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Racconti
Felice, una storia così... >>
Giochiamo agli umani? >>
La mia fidanzata non sa di esserlo... >>
A RIEMPIR DI MANI LE MANI
E adesso ti porterò
sopra colli avvolti da nebbia pittrice,
a conoscere la maestra di caligine
che tesse vapore di cotone
e nasconde nei raggi senz'ombra
pianti di uomini che non sanno dissolverla.
E adesso ti porterò
dove si puo' respirare seta
e le figure si lasciano sedurre
come lievi danzatrici di fumo,
leggere,
simili a dita intinte nell'olio
che scorrono veloci su vetro,
senza una strada da scegliere,
libere di vagare.
E sognare.
E adesso ti porterò
dove la terra bruciata dal sale guarisce
e la neve s'appoggia garbata,
come un lenzuolo su giovani spalle
che il fresco gentile indossa
e via via si scioglie
in un abbraccio bianco d'aprile.
E adesso ti porterò
ad ascoltare canti distanti
tra luci e colline,
sfumate,
sopite,
zittite d'incanto
quando
saremo ad afferrarci su prati tremanti.
E noi,
tra stinti profili di valli
e bagliori di cristalli che pendono
e oscillano
aggrappati a nuvole finte.
Lontani.
A riempir di mani le mani.